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Friday, February 4, 2011

Les croisades

Partis répandre la foi de Mahomet, les Arabes s'emparent de Jérusalem en 638. Réduits à la condition de dhimmi, les chrétiens du Moyen-Orient sont autorisés à pratiquer leur religion, mais astreints au port de signes distinctifs et au paiement d'un impôt spécial. Construire de nouvelles églises leur est interdit, ce qui, à terme, les condamne. Les pèlerinages européens peuvent continuer (pour les chrétiens du Moyen Age, le pèlerinage est une dévotion essentielle), mais à condition de payer un tribut. En 800, les califes abbassides, qui ont Bagdad pour capitale, reconnaissent à Charlemagne la tutelle morale sur les Lieux saints. Toutefois, au début du XIe siècle, la situation s'aggrave. Pour conserver leur poste, les chrétiens employés par le califat doivent se convertir à l'islam. En 1009, le calife El-Hakim persécute les non-musulmans. En 1078, les Turcs seldjoukides prennent Jérusalem. Dès lors, les pèlerinages deviennent si dangereux qu'ils finissent par s'interrompre.

Au VIIe siècle, les musulmans ont conquis la Palestine et la Syrie ; au VIIIe siècle, ils ont envahi l'Afrique du Nord en y détruisant une chrétienté dont saint Augustin avait jadis été la gloire, puis ils ont occupé l'Espagne et le Portugal ; au IXe siècle, ils ont conquis la Sicile. En ce XIe siècle, Constantinople fait face au péril turc. En 1054, un schisme a séparé l'Eglise d'Orient de l'Eglise de Rome, mais les différends théologiques n'empêchent pas les deux pôles du monde chrétien de se parler. Contre la pression turque, en 1073, l'empereur byzantin Michel VII appelle au secours le pape Grégoire VII, demande renouvelée par Alexis Ier Comnène à l'adresse d'Urbain II en 1095. En Espagne, la Reconquête chrétienne a commencé dès 1030. Tolède a été repris aux Maures en 1085 mais, l'année suivante, les Almoravides, venus du Maroc, ont lancé une nouvelle offensive. A l'incitation du pape, des chevaliers français se sont engagés dans les armées d'Aragon, de Castille et du Portugal. En Sicile, les Normands ont débarqué en 1040, ont chassé les Arabes au terme d'une guerre de trente ans.

Godefroy-de-Bouillon C'est dans cette perspective à la fois géopolitique et culturelle qu'il faut replacer l'appel lancé par le pape, à Clermont, en 1095. La croisade, répétons-le, forme une réplique à l'expansion de l'islam, une riposte à l'implantation des Arabes et des Turcs en des régions qui ont été le berceau du christianisme au temps de saint Paul, implantation musulmane qui ne n'est d'ailleurs pas opérée par la douceur mais par de très classiques moyens militaires, c'est-à-dire par la force. Délivrer les Lieux saints, permettre aux chrétiens de se rendre sur les lieux où le Christ a vécu et où ses fidèles sont désormais persécutés, c'est le but de la croisade.

Les croisades devraient être comprises comme le moyen le plus sûr de vaincre la religion du "faux prophète" et de cesser son expansion. Et ce jusqu'au XVIIIème siècle. Châteaubriand affirmait dans ses Mémoires d'outre-tombe : "... Les croisades ne furent des folies, comme on affectait de les appeler, ni dans leur principe, ni dans leur résultat. (...) Les croisades, en affaiblissant les hordes mahométanes au centre même de l'Asie, nous ont empêchés de devenir la proie des Turcs et des Arabes..."

Source: http://www.christ-roi.net/index.php/Les_croisades

Tuesday, November 6, 2007

Islam e Cristianità - Aggressori e aggrediti

Nella storia più che millenaria dei rapporti tra l'islam e la cristianità è sempre stata quest'ultima a dover difendersi dall'assalto musulmano. Il tentativo dell'islam di invadere le nazioni cristiane è pressocchè simultaneo rispetto alla nascita della fede in Allah. Sin dal VII secolo, i popoli cristiani patirono un terribile confronto che ha avuto soste, ma che non ha avuto mai termine.

Giovanni FORMICOLA
Aggressori e aggrediti
tratto da: Il Cerchio, settembre-ottobre 2002, p. 64-65.

Viviamo in tempi caratterizzati, fra l'altro, da un insopportabile «meaculpismo», come autorevolmente è stata definita la propensione da parte del ceto intellettuale occidentale, ma non senza ricadute «popolari», a denigrare, in occidente, l'Occidente, la sua storia e le sue radici culturali, ostentando vergogna per esse. Sembra quasi che i nostri nonni fossero tutti belve assetate di sangue (al che vien fatto di chiedersi donde verrebbero gli agnellini che noi invece oggi saremmo).

Uno dei temi su cui più frequentemente si esercita tale tendenza è quello delle crociate, che, insieme con l'evangelizzazione delle Americhe, sarebbero esempio del colonialismo culturale proprio dell'Occidente - ed in particolare della sua anima, il cristianesimo - e della sua aggressività. L'islam viene comunemente presentato, dai «meaculpisti» di professione, come il soggetto ingiustamente aggredito. Qualcuno giunge anche ad adombrare che in fondo ciò che è accaduto e sta accadendo nel mondo in termini di terrorismo islamico sia una sorta di reazione - beninteso, dicono i «nostri», esagerata, eccessiva, e qualcuno è tanto coraggioso da spingersi a dichiararla inammissibile - a quel lontano episodio ed al perdurare dello spirito che lo animò.

Appare dunque non inutile ricordare, sia pure sinteticamente, i fatti, per capire chi sia stato storicamente l'aggressore e chi l'aggredito, pur sapendo che come sono inammissibili le «leggende nere», sono inammissibili anche le «leggende rosa»; e che bene e male purtroppo si confondono e coesistono in ogni vicenda storica, che presenta sempre luci ed ombre. Tuttavia, ben tenendo presenti questi limiti, e non chiedendo alla storia di spiegare più di quel che può - ma neanche di meno -, alla scuola di un grande storico belga, Henri Pirenne (1862-1935), che. scrive quando la questione islamica è tutt'altro che attuale, e cioè nel 1935, e quindi senza essere sospettabile di animosità particolare. vediamo chi «ha cominciato», almeno per decidere se le crociate siano state un atto d'aggressione o di difesa.

Tutti sanno che Maometto muore nel 632 d. C. e che fin da subito la comunità politico-religiosa da lui fondata si espande militarmente, conquistando quel che restava dell'impero persiano e poi tutto il Nord Africa, muovendo dalla Penisola Arabica. Subito dopo, tocca all'Europa cristiana, alla cristianità seppure ancora non compiutamente tale, aggredita dal mare e via terra seguendo la «pista» delle tre penisole, quella iberica, quella italica, quella balcanica.

La sequenza di date è impressionante. Tra il 711 ed il 713 viene conquistata la Spagna, che solo nel 1492, anno in cui si conclude la Reconquista, verrà liberata. In Francia nel 720, viene conquistata Narbonne, nel 725 tocca a Carcassonne e Autun, nel 735 Arles, nel 737 Avignone. In Italia, già nel 650 l'onda si abbatte per la prima volta sulla Sicilia. Nell'806, viene conquistata Pantelleria, ed i monaci che vi si trovarono vengono venduti come schiavi (poi riscattati da Carlo Magmo); nell'810 la Sardegna: nell'8l2, vengono saccheggiare Lampedusa, Ponza ed Ischia; nell'831 è presa Palermo; nell'838, Brindisi e Taranto; nell'840, Bari; nell'841, Ancona e la costa Dalmata; nell'843, Messina; nell'846, risalendo il Tevere gl'islamici entrano a Roma e distruggono le basiliche di S. Paolo e S. Pietro provocando un fremito d'orrore in tutto l'occidente cristiano, il che indurrà ad edificare le mura leonine, che cinsero il Vaticano (Civitas Leonina, 848-852); nell'878, viene conquistata dopo strenua ed eroica resistenza Siracusa; nell'883, Montecassino e l'abbazia vengono saccheggiate e distrutte. Si potrebbe continuare ancora a lungo, ma sarebbe noioso. Un solo quesito, attesa la data di nascita dell'islam: chi l'aggredito, chi l'aggressore?

Riesce inoltre difficile continuare a nutrire complessi di colpa troppo intensi se poi si pone mente alla sorte delle popolazioni che vivevamo lungo le coste non islamizzate del Mediterraneo. Coste per secoli desertificate, e spesso ridotte ad acquitrini paludosi, a causa del terrore per le incursioni islamico-saracene, terrore che spinse chi le popolava (e coltivava) ad abbandonarle e a rifugiarsi in un interno impervio, montagnoso ed arido (che una - e sottolineo una - delle cause del «sottosviluppo» del Sud d'Europa sia proprio questa?). E come effetto di tali incursioni, a centinaia di migliaia si contano gli uccisi e stuprati, ma soprattutto rapiti - specialmente se donne e bambini - per essere ridotti in schiavitù e trasformati in «giannizzeri», eunuchi e concubine nell'harem, oltre che rivenduti in un turpe commercio.

«Con l'islam un nuovo mondo entra nel bacino del Mediterraneo [...]. Il mare, che era stato fino allora il centro della cristianità, ne diviene 1a frontiera. L'unità mediterranea è rotta». Così Pirenne. Il Mediterraneo viene «chiuso» e per «riaprirlo», anche al fine di consentire i pellegrinaggi in Terra Santa, furono predicate e promosse le crociate. Fallite queste, per aggirarlo si «apri» l'Atlantico, destinato a diventare il bacino di una Magna Europa, come Ionio e Tirreno lo furono della Magna Grecia.

Ricordare tutto questo è indispensabile. Certo non per coltivare sogni di rivincita o rinfocolare aggressività occidentali. Piuttosto per restituire alla storia un pò di verità - unica carità che le è concessa - e tramite questa promuovere tra le nostre genti un riequilibrio psicologico che c'induca ad essere pietosi verso il nostro passato, come quel figlio di Noè che coprì le vergogne del padre addormentatosi scompostamente perché ubriaco. Pietosi, ma anche orgogliosi di quel che di buono i nostri padri ci hanno lasciato - ed è tanto -, ed in primo luogo dei valori di fondazione del mondo da essi «creato»: il cristianesimo, la centralità della persona, la libertà di vivere la propria fede e la propria cultura.

E' indiscutibile: non ha cominciato l'Occidente, che, pur con tutte le sue colpe ed i suoi difetti, nei confronti dell'islam è aggredito e non aggressore. Anche oggi. Questo non ci autorizza a nient'altro che a ricordare, come insegna Nicolàs Gòmez Dàvila (1913-1994), che «le civiltà muoiono per l'indifferenza verso i valori peculiari che le fondano», e che oggi il «meaculpismo» promuove tale indifferenza quando non l'ostilità verso i valori occidentali, in un clima di relativismo culturale che conosce un solo assoluto: «tutto può andare bene, tranne l'Occidente.

Fonte: Storialibera.it

Monday, October 29, 2007

San Francesco e l'Islam

di Marco Meschini

Saint Francis of AssisiUn santo realista, un “folle di Dio” con i piedi ben piantati per terra. La figura del santo patrono d’Italia “purificata” dal pacifismo che lo circonda. Amante del dialogo, ma per la conversione degli infedeli.

[Da «il Timone» n. 61, marzo 2007]

Quando si parla di rapporti tra mondo cristiano e mondo islamico, capita spesso che qualcuno citi il caso di san Francesco (1181-1226), più o meno in questi termini: «Si dovrebbe testimoniare il Vangelo come fece Francesco, in sottomissione e silenziosa discrezione; e quindi non si dovrebbe cercare di convertire nessuno, come san Francesco non voleva che si facesse». Ebbene, è corretta una simile visione?

In parole...

Innanzitutto va detto che questa interpretazione del pensiero e dell’azione del santo di Assisi deriva in particolare da un libro notevole e influente, scritto dallo storico Giovanni Miccoli e intitolato Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana. In quel volume Miccoli sostenne che Francesco voleva «realizzare una presenza cristiana priva di ogni ricerca di proselitismo». In altri termini, il santo assisiate avrebbe visto ogni tentativo di annuncio attivo del Vangelo - orientato cioè alla conversione del non cristiani — come una sorta di “ingerenza”, persino di violenza e di contrario allo spirito evangelico, intriso di sottomissione, rinuncia, povertà “assoluta” e testimonianza “pura”.

Per sostenere questa tesi Miccoli cita la Regola non bollata (cioè non approvata dalla Chiesa, stesa tra il 1209 e il 1221) che al capitolo 16 recita: «I frati che vanno tra gli infedeli [e in specie tra i saraceni] possono vivere e comportarsi con loro, spiritualmente, in due modi. Un modo è che non suscitino liti o controversie, ma siano soggetti, per amore di Dio, a ogni umana creatura, e confessino di essere cristiani». Queste parole, certamente di Francesco, sembrano confermare quella lettura; tuttavia è necessario proseguire nel testo di quello stesso capitolo 16, che aggiunge immediatamente: «Un altro modo è che, quando vedessero che piace al Signore, annuncino la parola di Dio, affinché quelli credano in Dio onnipotente, Padre e figlio e Spirito Santo, creatore di ogni cosa, il Figlio redentore e salvatore; e siano battezzati e diventino cristiani, poiché chi non nasce dall’acqua e dallo Spinto Santo, non può entrare nel regno di Dio».

Si tratta di parole molto chiare, che indicano al frate francescano (e, potremmo dire, al cristiano in genere) la necessità di cogliere le occasioni propizie per testimoniare esplicitamente e “attivamente” la buona novella, «affinché quelli credano in Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di ogni cosa, il Figlio redentore e salvatore». Sono contenuti essenziali del Cristianesimo, ovvero la Trinità e la figura umana e divina di Cristo, morto e risorto per la salvezza dell’umanità. E si badi che si tratta proprio di quei punti che l’Islam nega esplicitamente: per l’Islam, infatti, Allah è Dio uno e indivisibile e l’idea cristiana della Trinità è un’assurdità quando non, peggio, una forma di idolatria, ovvero di abominio da distruggere. Ed è poi vero che il Corano riconosce in Cristo un grande profeta, precursore di Maometto; ma appunto Cristo, in quest’ottica, non è nient’altro che un uomo, per quanto eccezionale (inferiore comunque a Maometto), e non può in alcun modo essere Dio. Tanto è vero che, per il Corano, Cristo non è mai morto in croce e quindi non è neppure — e tantomeno — resuscitato.

Sono punti essenziali di diversità tra Cristianesimo e Islam, che Francesco mostra di conoscere esattamente e di voler mettere a fuoco nell’attività missionaria del suoi frati. Lo scopo, poi, non è “semplicemente” di testimonianza, o meglio lo è nel suo senso più pieno, orientato cioè alla salvezza delle anime, che devono essere «battezzate» e «diventare cristiane», il che significa necessariamente staccarsi dal corpo dell’Islam per entrare nel corpo storico e mistico della Chiesa e di Cristo. Mi paiono parole nette, che smontano da sé il preteso “irenismo” a oltranza di Francesco: il santo di Assisi sperava e voleva che anche i musulmani (come gli altri infedeli) conoscessero la Grazia di Cristo, quella stessa che lo aveva toccato da giovane e gli aveva radicalmente trasformato l’esistenza.

Come ha ben scritto Claudio Leonardi, uno del massimi esperti mondiali della mistica cristiana medievale, «Francesco non ha timore di fare proseliti: il proselitismo, cioè la conversione e l’ingresso dell’infedele tra i fedeli di Cristo e della Chiesa, è nella logica della predicazione e di ogni azione apostolica, anche se la conversione resta solo opera divina».

...e opere

Quanto abbiamo visto sin qui riguarda soprattutto il pensiero e la parola scritta di Francesco. Tuttavia egli si pose questo problema anche dal punto di vista pratico: volle cioè portare personalmente il Vangelo in terra islamica.

Dopo un paio di tentativi falliti, fu nel 1219 che il santo riuscì a entrare in contatto con gli infedeli, durante la quinta crociata. L’episodio è a volte liquidato come un evento minore e secondario della sua biografia, perché Francesco rimase solo qualche giorno presso i musulmani, senza peraltro ottenere un particolare successo.

Ma, anche in questo caso, è una lettura riduttiva: che un uomo del Medioevo provi per tre volte a superare il “confine”, geografico e spirituale, che divideva la Cristianità del tempo dal mondo islamico; che lo faccia a suo rischio e pericolo, accompagnato solo da un altro frate (di nome Illuminato); che cerchi di parlare — e ci riesca! — con il sultano d’Egitto, ovvero con l’autorità somma del potere islamico in quel momento; e infine che torni indietro sano e salvo... beh, son tutte cose eccezionali, non secondarie, come scrisse Dante nella Divina Commedia (Paradiso 11,100-105).

Orbene, che cosa accadde? Nel giugno del 1219 Francesco e Illuminato raggiunsero il campo dei crociati che assediavano Damietta da qualche tempo. Tra la fine di quell’estate e l’inizio dell’autunno, i due frati attraversarono la “terra di nessuno” che divideva i crociati dai musulmani e chiesero di parlare con il sultano al-Kamil, discendente del grande Saladino. Sul fatto che i due si incontrarono e che, tramite interpreti, si parlarono, nessuno oggi dubita più.

Ciò che divide gli storici è semmai il contenuto del loro discorso, che diventa altamente dibattuto per il suo valore simbolico.
Non abbiamo nessun ricordo personale del santo, né cronache musulmane che ci riportino i contenuti di quel celebre incontro. Tuttavia, tra le fonti di parte cristiana ne spicca una contenuta nella biografia di Francesco scritta da san Bonaventura alcuni decenni dopo e che riporta la testimonianza di frate Illuminato. Eccone un passo decisivo. Il sultano si sarebbe così rivolto al santo: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male... Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Niente male: al-Kamil usò il Vangelo come strumento per accusare i crociati di violenza e aggressione. Ma sentiamo la replica di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: “Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te”..., con il che ci volle insegnare che dobbiamo sradicare completamente... un uomo per quanto caro o vicino — anche se ci fosse caro come un occhio della testa — che cerchi di toglierci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete. Se pero voleste conoscere il creatore e redentore, confessarlo e adorarlo, vi amerebbero come loro stessi».

Insomma, in un colpo solo Francesco difese l’opera del crociati e propose al sultano la conversione. È vero che questo dialogo non è direttamente attribuibile a Francesco; tuttavia è l’unico resoconto disponibile di un testimone oculare, frate Illuminato, e non c’é un motivo specifico per non utilizzarlo, sia pure con cautela.

Il Francesco che emerge è un santo eccezionale, che brucia dal desiderio di testimoniare in parole e opere la verità di Cristo e del suo Vangelo; e che si espone personalmente alla violenza e alla morte per suo amore. Sempre secondo le fonti cristiane, in effetti, Francesco propose al sultano anche un “giudizio di Dio” con i sufi islamici presenti: ovvero li sfidò ad affrontare i carboni ardenti per dimostrare la veridicità delle rispettive fedi. Ma quelli rifiutarono, e tra di loro vi fu forse un certo Fakhr al-Farisi, celebre consigliere del sultano, sulla cui tomba è scritto che ebbe «un famoso caso con un monaco cristiano».

Sappiamo anche che a quel punto Francesco propose di affrontare da solo la prova del fuoco, ma il sultano si oppose. Il santo poté quindi predicare ai musulmani, ma — sembra — senza ottenere successo. Tornò quindi al campo crociato e poi in Italia.

Conclusioni

Francesco sapeva che i musulmani negano la divinità di Cristo, “bestemmiando” — tecnicamente parlando, non moralmente — il suo nome. Per questo si adoperò in parole e opere perché divenissero cristiani. Anche in questo caso, dunque, Francesco e il perfetto cavaliere di Dio. Pacifico, ma non pacifista. Amante, ma non succube. Innamorato di Dio, e non delle lodi del mondo.

Bibliografia

La letteratura francescana, a cura di Claudio Leonardi, 4 voll., Fondazione Lorenzo Valla, 2004.
M. Meschini, Le crociate di Terrasanta, I Quaderni del Timone, Ed. Art, 2006.
Giovanni Miccoli, Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, 1991.

Ricorda

«Francesco d’Assisi è il prodotto più rappresentativo ed ortodosso della Chiesa delle crociate (...) Non è affatto il personaggio che generalmente ci viene presentato adesso. Non era il precursore dei teologi della liberazione. Né tantomeno fu l’araldo dl un cristianesimo dolciastro, melenso, ecologico-pacifista: il tipo che ride sempre, lo scemo del villaggio che parla con gli uccellini e fa amicizia con i lupi».
(Franco Cardini, in Vittorio Messori, Pensare la stona. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Sugarco, 2006, pp 164-165).

© il Timone - (Contro la leggenda nera)

Saturday, October 27, 2007

Blessed Mark of Aviano, the Crusader friar of Habsburg Austria

London barrister and historian James Bogle discusses here the life and times of a great Catholic: Blessed Mark of Aviano (Marco d’Aviano in the original Italian), who deserves to be much better known in the English-speaking world.

Beato Marco d'AvianoOn 27 April 2003, Pope John Paul II beatified Rev Fr Mark of Aviano OFMCap (1631-99). The ceremony occurred without any world-wide protest from Muslims, and certainly nothing of the sort that accompanied the considerably more innocuous recent commentary of Pope Benedict XVI at Regensburg.

Mark of Aviano was a Capuchin friar, born Carlo Domenico, in Aviano in the Republic of Venice. So keen was his zeal that, at the age of sixteen, he went to Crete – where the Venetians were then at war with the Muslim Ottoman Turks – to offer himself to defend the island.

Christendom was in constant danger of being overwhelmed by the Muslim Turks, and the Protestant Reformation had simply weakened the defences. Moreover, Catholic Christendom was fighting, now, on two fronts against both Muslim and Protestant and might, at any time, be swept away altogether. Particular determination, tenacity and courage was now needed more than ever from the defenders of Christendom. Fortunately, courage was not lacking.
Vienna besieged

In September 1529, after defeating the Hungarians at the Battle of Mohács, the Ottoman Turks and their allies laid siege to Vienna – the famous “Siege of Vienna” of 1529. After a tremendous struggle the Austrians, under the seventy-year-old Count Nicholas von Salm, were finally victorious, although Salm himself was killed during the siege.

On 7 October 1571, the Ottoman Turks had seized the opportunity to launch a vast fleet to conquer as much of Christendom as they could. Almost miraculously, they were defeated at Lepanto by the combined Christian fleets under the command of Grand Admiral John of Austria, the illegitimate son of the Holy Roman Emperor, Charles V.

To this was added the prayers of Christendom since the pope, St Pius V, had ordered a Christendom-wide Rosary prayer campaign for victory. Later, at the “Battle of Vienna” of 1683, King Jan (John) III Sobieski of Poland, also accompanied by Christendom-wide praying of the Rosary, delivered Vienna and Christendom once again from the Muslim Ottoman Turks.

Mark of Aviano, knowing the dangers, set out to risk martyrdom at the hands of the Turkish horde. Arriving at a Capuchin convent, he was welcomed by the superior, who, after providing him with food and rest, advised him to return home. But Mark stayed in the convent long enough to be deeply impressed by their way of life and – not least – by their militancy in defending the Christian faith. In 1648, he entered the novitiate of the Capuchins.

This was in the year when the Treaty of Westphalia was signed and ended the bloody and internecine Thirty Years’ War. It was the year when the Long Parliament in England passed the Vote of No Address, breaking off negotiations with King Charles I and thereby setting the scene for the second phase of the English Civil War.

One year later, Mark professed his vows. He progressed sufficiently well in the Order that in 1664 he received a licence to preach throughout the Republic of Venice and other Italian states, especially during Advent and Lent. He was also given more responsibility when he was elected superior of the convent of Belluno in 1672, and of the convent of Oderzo in 1674.
Blessed Mark of Aviano

New direction

But it was in 1676 that his life took a sudden new direction. He gave his blessing to a nun who had been bedridden for some thirteen years, whereupon she was healed.

Soon his fame grew widely enough for the Emperor himself – by then Emperor Leopold I – to take note. Leopold met Friar Mark, was soon deeply impressed by him, and effectively made him one of his privy counsellors.

Around this time Mark was also appointed by the Venerable Pope Innocent XI as Apostolic Nuncio and Papal Legate. His status was now complete: he was the personal adviser of the Emperor and of the defending Catholic monarchs.

He turned his attention back to his original aim and desire: the defence of a free Christendom from Islam. A passionate and eloquent preacher, he used his skills to great advantage in keeping and maintaining unity among the Holy League armies of Austria, Poland, Venice, and the Papal States, by now under the leadership of King Jan Sobieski, who was called upon by the Emperor to defend Christendom from the once more invading Turk.

This time, the Turks came by land.
“Behold the Cross of the Lord!”

In the decisive Battle of Vienna of 1683, the Holy League armies succeeded in repulsing the invaders. Famously, during the fighting, Friar Mark brandished a crucifix at the Turks, shouting to them “Behold the Cross of the Lord: Flee, enemy bands!”.

From 1683 to 1689 he committed himself to the military campaign, promoting good relations between the various component forces of the Imperial army. He acted as Chaplain-General to the Army exhorting, consoling, ministering to, and leading the soldiers. In this, he mirrored the heroic life of an earlier Franciscan, St John of Capistrano, who had aided the Empire’s Hungarian general, Count Jan Hunyady, to lift the Turkish siege of Belgrade in the fifteenth century.

Friar Mark’s guidance helped bring about a second liberation of Belgrade. This time, it was in 1688, the year that, in England, the Catholic King James II was being treacherously ousted from his rightful throne by the Protestant revolutionaries.

Not only Protestants, but also the devious and scarcely Catholic King Louis XIV of France, did not hesitate to side with the Turks against the Empire; but Friar Mark and King Jan III overcame all odds. Moreover, Friar Mark, magnanimous in victory, was ever astute in protecting surrendering Muslims and prisoners from retribution. His zeal for the defence of Christendom was fierce, but always tempered by mercy and compassion.

The Ottomans fought on for another sixteen years, losing control of Hungary and Transylvania in the process, before finally giving up. Thus, the Battle of Vienna marks the end of Turkish expansion into Christendom, finalized by the Treaty of Karlowitz.

The combination of the spiritual and the temporal, the religious and the lay, pope and emperor, friar and king, had once again proved the ultimate defence for Catholic Christendom. Not for nothing did Our Lord say, mysteriously, when St Peter showed him two swords, interpreted to mean the lay and the spiritual, “It is enough” (Luke 22:38). Sobieski, doubtless influenced by Friar Mark, had entrusted all to the protection of Our Lady of Czestochowa before the battle.


Siege of Vienna
A significant date

Ironically, for us, the Battle of Vienna took place on a very significant date. It began on 11 September and ended on 12 September, the Vigil and Feast of the Holy Name of Mary, respectively. It thus began on the date that is now known to us as “9/11”, the day of the attack upon the Twin Towers in New York in 2001. The choice was doubtless deliberate on the part of the Muslim terrorists, but they did not reckon with its other resonances.

At Friar Mark’s beatification in 2003, the Pope said that Friar Mark reminds the European continent “that its unity will be more stable if it is based on its common Christian roots.” Other commentators like John Allen, of the National Catholic Reporter, feared that the beatification might lead to hostile reaction from Islam. But Italian director Renzo Martinelli, who is making a film based on the life of Mark of Aviano, countered by saying that “without him, Italian women would today be wearing the burqa.”

Legends surround Friar Mark. One says that the croissant was invented in Vienna to celebrate the defeat as a reference to the crescents on the Turkish flags. Austrian-born Marie Antoinette introduced the pastry to France in 1770.

Another legend from Vienna has the first bagel as a gift to King Jan Sobieski, to honour his victory. It was fashioned in the form of a stirrup, to commemorate the victorious charge by the Polish cavalry.

After the battle, the Austrians discovered many bags of coffee in the abandoned Turkish encampment. Using this captured stock, Franciszek Jerzy Kulczycki (a Polish merchant) opened the third coffeehouse in Europe and the first in Vienna, where, according to legend, Kulczycki and Friar Mark added milk and honey to sweeten the bitter coffee. The result was thereafter termed “cappuccino”, after the brown hood of the Capuchin friar.
Missions to Islam

Other saints also had a particular mission amongst the Muslims. St John of Matha and St Felix of Valois (of the Royal house of France) founded the Trinitarians for the ransom of Christian captives, and St Peter Nolasco founded the Order of Our Lady of Ransom after our Lady appeared to him in 1218.

Yet foolish commentators would have us believe that the view of the Church has historically been a bloodthirsty one, bent partly upon conquest and partly upon plunder, but only incidentally upon any good. It is a mendacious picture. No cognisance is given of the simple fact that the entirety of Christendom was under constant threat, at short notice, from complete conquest by the invading Ottomans whose janissaries often roamed at will, marauding, upon the hills of Austria and flat plains of Hungary.

The Church’s attitude was not only reasonable and rational, but it was also robust yet merciful, courageous yet compassionate, firm but fair. Moreover, it still remains the only solution to handling the modern threat from Islamic terrorism and extremism.

This, truly, is the legacy of Blessed Mark of Aviano. No coward, he was ready to defend Christendom with his life, by martyrdom if necessary, but he was also ever-compassionate to the defeated enemy; and, the threat neutralised, he, like St John of Matha, St Felix of Valois and St Peter Nolasco, sought to negotiate diplomatically to find peaceful solutions. Like them, he was ready to redeem captives by personal sacrifice, if necessary, neither shrinking from the duty to defend Christendom nor erring on the side of hatred or disrespect nor unwillingness to parley even with the worst of erstwhile enemies.

Not for nothing is Blessed Mark still honoured today in Austria and Venice. He and the whole Capuchin Order were, and are, especially venerated by the Habsburg imperial family, who, from the time of Blessed Mark, took as their personal chaplains the Capuchin friars, and often baptised their children with the name Markus d’Aviano.

Moreover, by imperial rescript, emperors were thereafter buried in the crypt of the Capuchin Church in Vienna. The ceremony was seen once again at the death of the Empress Zita in 1989.

The great procession halts at the door of the Capuchin church, the coffin carriage guarded by the Tyrolean Schützenkompanie, ahead of the guards, hussars, uhlans and lancers, the ranks of the nobility and the throngs of the people of Vienna. The Chamberlain knocks with his staff and the voice of a Capuchin friar calls from within “Who is there?”. The imperial and other titles are read out in full, and the voice says “We do not know her”; again the same reading takes place, but with fewer titles; finally the Chamberlain knocks and says “Zita, a sinful mortal”. The friar replies, “Then we know her!”, and opens the great door to let the procession into the imperial friary Church.

It is a ceremony wholly in keeping with the spirit of Blessed Mark. All the more fitting, then, is the large statue of Blessed Mark of Aviano, outside the Church, holding aloft the crucifix, advancing and calling on all – emperor, king or mere citizen – to yield to the Cross of Christ, the source of all peace, justice, hope and salvation for every man who ever lived or ever shall live.

Blessed Mark of Aviano, pray for us!

Source: ORIENS - Journal of the Oriens Foundation

Thursday, September 6, 2007

San Francesco di Assisi contro l'Islamismo

Durante il discorso [sopra riportato] ai partecipanti all'incontro ecumenico di Assisi, Papa Giovanni Paolo II rivela ai presenti il motivo della sua scelta di quella località. La scelta, afferma il papa, è caduta su Assisi perché essa è la città "dell'uomo santo qui venerato - San Francesco - conosciuto e riverito da tanti attraverso il mondo come simbolo della pace, riconciliazione e fraternità (Oss. Rom. 27-28 ottobre 1986)
Un San Francesco ecumenico e pacifista ante litteram, insomma, genuino precursore del futuro Concilio Vaticano II: ecco l'immagine presentata da Giovanni Paolo II ai fedeli e ai non cattolici presenti a quell' "incontro", un'immagine che va ad aggiungersi alla serie di travisamenti del Santo assisiate inaugurata da vari film e spettacoli dagli anni '60 in poi. Quanto ciò sia lontano dalla realtà storica, basterebbero a dimostrarlo anche solo le sue vibrate parole di fronte al sultano d'Egitto, Malik-al-Kamil, nell'anno 1219, in piena quinta crociata: "I Cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il Nome di Cristo e vi sforzate di allontanare dalla vera Religione quanta più gente potete" ("Verba fratris Illuminati", § 2 (test. di fr. Illuminato da Rieti, che accompagnò San Francesco nell'incontro col Sultano).
Nello stesso incontro, il Santo esortò il Sultano ad abbandonare l'Islamismo e a convertirsi alla vera Fede, esclamando: "Dio mi ha inviato a te per mostrarti la via della salvezza eterna", e insistendo perché egli, con la sua autorità, si sforzasse di convertire al Cattolicescimo anche tutto il suo popolo (San Bonaventura, Legenda maior, IX, 8.)
Si sentano poi queste sue parole rivolte ai suoi frati: "[i Frati minori] annunzino la parola di Dio... affinché [i pagani] vengano battezzati e diventino cristiani, poiché chi non rinascerà per acqua e Spirito non potrà entrare nel Regno di Dio" (Francesco d'Assisi, Regola prima, § 16.) Egli stesso aveva più volte tentato di recarsi nei paesi musulmani per convertirli, anelando al martirio (B. Fr. Tommaso da Celano, Vita prima di S. Francesco, I, 20.), poiché "era convinto che, prima di tutto e sopratutto, è assolutamente necessario conservare, venerare e vivere la Fede della Santa Chiesa Romana, che è l'unica salvezza per tutti" (Ivi, I, 22.)
Tutto ciò non è altro che il Vangelo e la Fede cattolica. Quanto si è lontani dall'ecumenismo del Vaticano II e da "Assisi 1986" con le sue ormai innumerevoli repliche!
D'altra parte, se i "nuovi teologi" non esitano a stravolgere perfino la Tradizione, la Sacra Scrittura ed il magistero della Chiesa, non c'è da meravigliarsi che la medesima sorte sia toccata al Poverello di Assisi.

Estratto dal quindicinale cattolico "antimodernista" "sì sì no no", Centro Cattoli Studi Antimodernisti San Pio X, Via Madonna degli Angeli, n. 78, I-00049 Velletri. E-mail: sisinono@tiscali.it